Partiamo da te come persona, prima di arrivare all'artista. Il tuo lavoro parla attraverso frutta e verdura quasi fossero una lingua, in cui ogni colore e ogni forma portano un proprio significato. Vorrei allora rivolgere quella lingua verso di te, prima di ogni altra cosa. Se dovessi scegliere un frutto o un ortaggio che rappresenti chi sei, quale sarebbe, e perché?

Senza dubbio la papaya. È il mio simbolo da quando avevo 18 anni, quando ho cominciato a fare street art e l'ho scelta quasi d'istinto come firma. Oltre a essere il mio frutto preferito, vedo nella papaya un potente simbolo femminile. Lo dico sempre: “Papaya is the new banana.” La banana è da decenni un'icona, nell'arte e nella cultura popolare, con le sue evidenti associazioni maschili. Mi piace l'idea che ora sia il momento della papaya. È il momento che le donne si prendano quello spazio.
Hai definito questa collezione l'inizio del tuo percorso artistico maturo. È un'affermazione forte su un corpus di lavori: traccia una linea e dice "prima di questo" e "dopo questo". Sono curiosa allora di capire che cosa sia cambiato davvero. Qualcosa nel modo in cui dipingi, in ciò che ti permetti di dire, o nel modo in cui ti vedi come artista? Che cosa ti dice che è qui che finisce il "prima"?

Credo che il cambiamento non stia tanto nel diventare all'improvviso un'artista diversa, quanto nel riconoscere finalmente il territorio che voglio continuare a indagare. Prima di Slices of Life ho sperimentato molto, e quella sperimentazione è stata essenziale. Ma con questa collezione, per la prima volta, tutto ha cominciato a ricomporsi in un unico linguaggio coerente. Per questo la considero l'inizio di una fase più matura della mia pratica. Non perché senta di essere arrivata da qualche parte, ma perché ho finalmente trovato una direzione di ricerca che sento completamente mia, sul piano estetico, concettuale e personale.

È questo il lavoro che segna quel passaggio. Vorrei capire da dove nasce davvero: come è entrato Slices of Life nella tua vita? C'è stato un momento preciso, un'immagine, una domanda che ha cominciato a spingerti in questa direzione, o è qualcosa che si è costruito lentamente, senza che all'inizio te ne accorgessi?

In realtà è cominciato molti anni prima che Slices of Life diventasse una collezione. Ricordo che da adolescente osservai un'arancia molto da vicino. Mi resi conto all'improvviso che, pur avendone mangiate centinaia, non ne avevo mai guardata davvero una. La sua struttura quasi mi commosse: ogni spicchio fatto di centinaia di minuscole vescicole piene di succo, contenute l'una nell'altra. Più guardavo da vicino, più diventava complessa. Ingrandirla mi ha permesso di entrare in quel mondo attraverso la pittura, e mi ha fatto chiedere che cosa avrei scoperto guardando altri frutti e ortaggi con la stessa attenzione.
Uno dei paradossi al cuore di questo lavoro è che frutta e verdura sono ormai disponibili tutto l'anno, il che suona come abbondanza, ma ci ha tagliati fuori dal ritmo delle stagioni che un tempo scandiva la vita quotidiana di tutti; e dietro c'è qualcosa di più grande, fin dove abbiamo spinto la natura a piegarsi a noi. Sono curiosa di sapere come porti, personalmente, il peso di questo cambiamento. Lo senti da artista, da persona che lo sta vivendo, o in entrambi i modi? E credi che il tuo lavoro possa davvero alleviare qualcosa in chi guarda, anche in minima parte, oppure si tratta più di nominare la ferita che di guarirla?
Lo sento sia da artista sia da persona. Ci siamo abituati così tanto ad avere tutto a disposizione in qualsiasi momento che abbiamo quasi dimenticato che la natura ha i suoi tempi. La stagionalità fa parte di un sistema molto più ampio di ritmi, cicli e connessioni, e piegando di continuo quei ritmi ai nostri bisogni rischiamo di dimenticare che anche noi facciamo parte di quel sistema. Non credo che un dipinto possa guarire questa disconnessione, ma credo che possa spostare la nostra attenzione. Se qualcosa che di solito consumiamo in modo quasi automatico riesce a farci fermare, guardare da vicino e riscoprire la complessità e l'intelligenza della natura, allora una piccola riconnessione è già avvenuta.

C'è una cosa che mi colpisce in questo lavoro: dipingi un mondo in cui il consumo è diventato continuo, istantaneo, senza più attesa né pregustazione, eppure il modo in cui ci chiedi di guardare i tuoi quadri è l'opposto. Vuoi uno sguardo lento, contemplativo, velature stratificate costruite nel tempo, un'immagine che si rivela solo se ti fermi e guardi davvero. Sembra quasi che tu stia cercando di restituire ciò che il mondo che descrivi ci ha tolto. È una risposta deliberata da parte tua, restituire l'attesa attraverso l'atto stesso del dipingere e del guardare?
Sì, anche se all'inizio non era del tutto deliberato. Il processo con cui realizzo questi dipinti richiede per sua natura l'opposto dell'immediatezza. Lavoro per strati e velature, costruendo lentamente colore, profondità e dettaglio. Passare così tanto tempo a osservare un singolo frutto o ortaggio diventa quasi un esercizio di attenzione in sé. Col tempo ho capito che il processo rifletteva il concetto alla base del lavoro. Viviamo in una cultura che elimina costantemente l'attesa. Consumiamo cibo, immagini e informazioni in modo quasi istantaneo, mentre questi dipinti chiedono sia a me sia a chi guarda di fare l'opposto: restare, osservare e lasciare che qualcosa si riveli a poco a poco.

In questo lavoro c'è una dimensione corporea che va ancora più a fondo della lettura cellulare di cui parlavi. Quando ingrandisci un'arancia fino a rivelarne i filamenti, non la si legge soltanto come una cellula al microscopio: a una certa scala comincia ad assomigliare al corpo umano stesso, a delle vene, a dei nervi. È come se il microcosmo e il macrocosmo si parlassero attraverso gli stessi spicchi. Senti che questo legame, tra il corpo del frutto e il nostro, sia qualcosa che dobbiamo rinnovare consapevolmente adesso, in un momento di crisi globale, invece di lasciarlo scomparire in silenzio?

Assolutamente sì. Questo legame tra le scale è diventato per me uno degli aspetti più affascinanti della ricerca. Più studio i sistemi complessi e le reti in natura, più mi incuriosisce il modo in cui forme e schemi simili possano emergere a scale completamente diverse. Mi ricorda che la natura non è un insieme di oggetti separati, ma un sistema profondamente interconnesso, e che i nostri corpi appartengono a quello stesso sistema. Ciò che mi colpisce di più è che queste somiglianze sono già presenti in ciò che ci circonda. Attraverso l'osservazione e la scala, questi legami diventano a poco a poco visibili. A quel punto una fetta di frutta smette di essere soltanto una fetta di frutta: diventa un modo di guardare a come la vita si organizza.

Continuo a tornare al titolo, Slices of Life, perché questi sono oggetti che di solito diamo del tutto per scontati, qualcosa che taglieresti senza pensarci due volte e mangeresti in trenta secondi. Eppure nei tuoi dipinti diventano quasi monumentali, ingranditi, elevati, trattati con la stessa cura che si riserverebbe a un ritratto. Che cosa succede quando decidi che qualcosa di così ordinario merita di essere guardato così da vicino?
Credo che dedicare tanta attenzione a qualcosa di ordinario ne cambi il valore. Ciò che è effimero diventa monumentale e permanente. Questo contrasto è molto importante in Slices of Life. Isolando e ingrandendo questi frammenti, voglio dare loro il tipo di presenza che di solito riserviamo ai soggetti che consideriamo significativi. Anche il titolo nasce da questa idea: sono letteralmente fette di materia viva, ma ogni fetta può diventare anche una finestra su qualcosa di molto più grande.

Questo bisogno di un rapporto più lento e più radicato con la natura non è qualcosa che percepisco solo nei tuoi dipinti; oggi è visibile ovunque, soprattutto online: lo slow living, l'alimentazione stagionale, chi idealizza l'idea di coltivarsi il proprio cibo. Vedi Slices of Life come parte di questa stessa onda culturale e, se sì, come vivi il fatto che il tuo lavoro stia accanto a una tendenza che è anch'essa, a modo suo, molto online e molto costruita?
Credo che ci sia senz'altro una sensibilità condivisa, ma non vedo Slices of Life come qualcosa che nasce dalla tendenza dello slow living in sé. Per me la popolarità dell'alimentazione stagionale, del giardinaggio e di modi di vivere più lenti riflette un desiderio più ampio di riconnettersi con ritmi ed esperienze da cui la vita contemporanea ci ha progressivamente allontanati. Allo stesso tempo, c'è una contraddizione interessante nel fatto che persino questo desiderio di lentezza venga spesso vissuto attraverso piattaforme digitali veloci e fortemente costruite. La natura stessa può diventare un'altra estetica da consumare. Non lo vedo necessariamente come qualcosa di negativo. Riflette semplicemente la complessità del momento che stiamo vivendo, e anch'io faccio parte di quella contraddizione.

Per chiudere, vorrei chiederti una cosa semplice, ma non piccola. Se Slices of Life potesse davvero cambiare qualcosa, anche in una sola persona, che cosa ti augureresti? Non l'ammirazione per i dipinti, ma qualcosa che si sposti nel modo in cui vive, in cui mangia, in cui presta attenzione, una volta andata via.
Mi augurerei qualcosa di molto semplice: la curiosità. Magari la prossima volta che qualcuno taglia un'arancia, si ferma un attimo prima di mangiarla e guarda davvero che cosa c'è dentro: le membrane, i colori, le minuscole strutture che forse ha visto centinaia di volte senza mai notarle davvero. Spero che quella curiosità possa estendersi oltre il cibo. Siamo circondati da cose che crediamo di conoscere già solo perché ci sono familiari, ma più le guardiamo da vicino, più diventano complesse. Se Slices of Life riuscisse a lasciare a qualcuno un po' più di meraviglia verso l'ordinario, e un desiderio più forte di osservare e interrogare il mondo che lo circonda, per me sarebbe abbastanza.
