Ho avuto modo di vedere dal vivo la tua serie Stone Dream qui a Roma, e la sensazione, entrando nello spazio, è stata immediata: era come addentrarsi in qualcosa di sospeso, quasi in trasformazione, come se nulla fosse mai davvero fisso. Era solo una mia impressione, o è qualcosa che hai cercato intenzionalmente di costruire fin dall’inizio?

Il contesto che ho cercato di ricreare, quello di un deposito di cava, insieme al processo scultoreo che vi ho attivato, vuole trasmettere proprio quel senso di instabilità e di sospensione che hai descritto. Le mostre che realizzo nascono sempre da sensazioni e osservazioni precise, raccolte nei luoghi che ho visitato; quelle impressioni si trasformano poi in sculture, installazioni, performance… diventano un linguaggio.
Sapendo che la tua formazione è in architettura, e vedendo il modo in cui lavori con i materiali da costruzione, non ho potuto fare a meno di percepire nella tua pratica una forte consapevolezza spaziale, quasi un modo di pensare che viene dal costruire, dallo strutturare, dal dare forma allo spazio. Allo stesso tempo, il tuo lavoro sembra allontanarsi dal controllo e dalla precisione, verso qualcosa di più instabile e organico. Mi chiedo come convivano per te queste due dimensioni.
Dopo molti anni di studi di architettura ho compreso due paradossi: il primo è che l’architettura può esistere anche quando le si sottrae la funzione; il secondo è che il controllo può addirittura inibire la forma.

Immagino che lavorare con qualcosa di così instabile incida anche sul modo in cui l’opera viene prodotta, trasportata e installata. Com’è per te questa fase? L’allestimento stesso fa parte dell’opera?
Il processo è l’opera, e l’instabilità ne è l’essenza. Ogni mostra si sviluppa attraverso modalità di realizzazione diverse; in Stone Dream la fase di ricerca e quella di esecuzione sono presentate insieme, come un’unica cosa. Non seguono un ordine lineare preciso, un po’ come accade nei sogni.
Attraversando il tuo lavoro, ho avuto l’impressione che ciò che vediamo non siano solo forme, ma tracce, quasi fossili, o resti di qualcosa che è già accaduto e che continua a cambiare. Mi sono chiesta se la tua attenzione sia davvero rivolta a ciò che rimane… o forse a ciò che sta scomparendo. Sono curiosa di sapere come ti collochi all’interno di questa tensione.
È un’ambiguità che sta al cuore del processo che attivo; anche la forma finale diventa un gioco tra presenza e assenza, tra concavo e convesso, tra artefatto e fenomeno naturale. Sono tutte ambiguità che convivono e danno forma a quelli che considero fossili emblematici del nostro tempo.
Nel tuo lavoro c’è una forte presenza del corpo, anche quando sembra in parte cancellato, trasformato o assorbito dalla materia. Il corpo appare al tempo stesso centrale e instabile. Come concepisci il ruolo del corpo nella tua pratica?

Per un architetto il corpo è lo strumento fondamentale per misurare lo spazio: l’architettura si costruisce intorno a esso. Credo che lo stesso valga per l’arte: anche quando il corpo è meno visibile, quel rapporto resta costante. In Stone Dream i volti che creo nascono dalla mia immaginazione. Non si riferiscono a nulla di specifico, ma piuttosto a un insieme di frammenti di memoria che affiorano attraverso l’atto dello scolpire.
A un certo punto ho cominciato a chiedermi se queste figure potessero riflettere anche qualcosa che va oltre l’individuo, qualcosa di più legato al modo in cui esistiamo oggi. C’è questo senso di fragilità, di identità non fisse, quasi in dissolvenza… Vedi un legame tra il tuo lavoro e il tipo di società in cui viviamo, forse qualcosa di più effimero, più instabile, o persino più disorientato?
L’effimero, a differenza di ciò che è destinato a durare, può essere considerato uno dei primi segnali da interpretare per comprendere meglio la condizione attuale dell’esistenza umana. La società contemporanea è definita da una serie di tratti distintivi: transitorietà permanente, effimerità duratura, ruoli sociali inadeguati, un futuro incerto, posizioni sociali fragili e un senso di insicurezza esistenziale. In questa “vita liquida” tutto è in costante flusso e rinnovamento.

Trascorrendo del tempo con il tuo lavoro, ho avuto la sensazione che non raggiunga mai davvero uno stato fisso e definitivo, come se continuasse a evolversi oltre ciò che vediamo. Mi sono chiesta se, per te, un’opera sia mai davvero finita, o se ciò che conta davvero sia il processo che la genera. Sono curiosa di sapere come pensi questo equilibrio tra l’opera come oggetto e l’opera come qualcosa in continuo divenire.
È un’illusione pensare che le cose restino ferme o durino per sempre: tutti i materiali continuano a cambiare, anche i più durevoli. L’impermanenza dell’opera non dovrebbe essere percepita come un limite o una debolezza, ma come un punto di forza. Le mie opere non sono mai davvero finite; restano aperte, in attesa di essere completate, in attesa che sia lo spettatore a portarle a compimento attraverso la propria immaginazione.
Visto che la nostra intervista sta per concludersi, sono curiosa di farti una domanda sul futuro. Senti il bisogno di continuare a esplorare questi materiali e processi, o ti senti attratto dalla sperimentazione di materiali nuovi, magari anche di mezzi espressivi diversi?
Sì. Vorrei sviluppare una nuova serie di opere con materiali diversi da quelli che ho esplorato finora, restando però all’interno del mio campo di indagine. Mi interessa intervenire direttamente nella filiera produttiva di alcuni prodotti, per introdurre alterazioni, errori, interferenze nel sistema, persino atti di sabotaggio.

Saranno sicuramente opere molto interessanti, non vedo l’ora di poterle ammirare; ma per ora torniamo a Stone Dream, con un’ultima domanda per chiudere il nostro viaggio. Il titolo è molto evocativo, quasi qualcosa di sospeso tra sogno e materia. Attraversando la mostra ho avuto la sensazione di trovarmi in uno spazio in cui realtà e immaginazione si sovrappongono di continuo. Se dovessi descrivere questo “sogno” con parole tue, al di là del linguaggio tecnico, che tipo di spazio o di stato sarebbe per te?
In un momento storico così difficile, restituire sostanza ai sogni diventa estremamente importante. “Stone Dream” cerca di immaginare nuove forme di convivenza e nuove possibilità di trasformazione.
