Pittura

Frammentidiappartenenza

Aabidah
Profilo dell'artistaAabidah
Profilo dell'artistaAabidah
AutriceAlice D'Alberto
Sede dello studioDubai
Anno2026

Traduzione dall'inglese

“Voglio creare cose che mi piacciono. Voglio usare il colore a modo mio. È questa libertà a rendere il mio lavoro mio. È ciò che mi rende unica.”

L'artista

Aabidah, conosciuta anche con il nome d’arte Abibi, è un’artista emergente di 19 anni che vive a Dubai e il cui lavoro ha ottenuto rapidamente un riconoscimento internazionale per la sua esplorazione di un’identità culturale intrisa di nostalgia. Ispirandosi alle tradizioni visive arabe e asiatiche, i suoi dipinti intrecciano memoria, eredità e appartenenza, e parlano a un pubblico globale che attraversa esperienze tra culture diverse.

Alice D'Alberto

Vorrei partire dall’inizio del tuo percorso. Se in questo momento fossimo sedute insieme nel tuo studio, come racconteresti il modo in cui tutto è cominciato per te come artista?

Mang Tikka | in lavorazione
Mang Tikka | in lavorazione
Aabidah

Mi chiedono spesso quando ho “cominciato” a essere un’artista, e non ho mai una risposta semplice. Mi piace dire che sono un’artista dal giorno in cui sono nata. Sinceramente, credo che lo siano tutti: è solo che, crescendo, la gente se ne dimentica. Disegno e coloro da quando ero piccola, come quasi tutti i bambini, solo che io non ho mai smesso davvero. Ho sempre creato: disegnato, dipinto, sperimentato. In momenti diversi mi sono rivolta ad altre forme creative: l’uncinetto verso i dieci anni, poi il ricamo, poi persino la decorazione di torte. Ho sempre avuto bisogno di fare cose con le mani. A riportarmi al disegno in modo davvero concentrato è stato, in realtà, il K-pop durante il COVID. Volevo rifare i ritratti che vedevo pubblicare online da altri artisti, così ho preso un quaderno da schizzi e durante la pandemia ho cominciato a disegnare ogni giorno. Da lì le cose si sono evolute in modo naturale. Sono passata dai ritratti alla sperimentazione con soggetti e stili diversi. Guardandomi indietro, si riduce tutto alla pratica e al tempo: più ti presenti all’appuntamento con il lavoro, più comincia a sembrarti tuo.

Dettaglio 02
What a Pomegranate Asks | primo piano
What a Pomegranate Asks | primo piano
Alice D'Alberto

So che a un certo punto studiavi architettura, che è già un campo molto creativo. Puoi raccontarmi qualcosa di più di quella fase della tua vita, e di cosa stava accadendo dentro di te quando hai cominciato a mettere in dubbio quella strada?

Aabidah

Quella fase della mia vita risale letteralmente a tre mesi fa, il che rende buffo parlarne come se fosse un’epoca lontana. Sono sempre stata incredibilmente indecisa sul mio futuro: volevo fare tutto e niente allo stesso tempo. Ma quei sogni restavano sempre ipotetici. Vivevano nel mio cuore, non tra le mie “opzioni reali”, perché non erano considerati lavori veri. A un certo punto avevo deciso di fare giurisprudenza, ma alla fine sono approdata all’architettura come compromesso: una carriera “vera” che lasciava comunque spazio alla creatività, al disegno e alla progettazione. Ricordo che il mio professore, Sheil, mi disse che l’architettura non faceva per me e che mi avrebbe fatto sentire la mancanza del colore. Ho riso, perché sapevo che aveva ragione, ma sentivo anche di non avere scelta. Mi ero convinta che, se fossi riuscita a raccontarmela abbastanza bene, avrei potuto farmi piacere qualsiasi cosa. Mi sbagliavo di grosso. Al secondo semestre di Architettura ero esausta, confusa e costantemente in ansia. Ogni mattina mi svegliavo con un senso di panico: dovrei lavorare, sono indietro, sto perdendo tempo. Il piano era prendere la laurea e poi fare quello che volevo. Ma più ci pensavo, più mi rendevo conto che, di quel passo, al momento della laurea non mi sarebbe rimasta alcuna passione. Mi immaginavo a 25 anni, esaurita e senz’anima, a chiedermi cosa sarebbe successo se solo avessi sfidato le aspettative. Così, dopo diversi crolli e un paio di vaschette di gelato con i miei amici, mi sono finalmente seduta con i miei genitori e l’ho detto ad alta voce: non ce la faccio più.

Alice D'Alberto

Ascoltandoti, sento che il conflitto interiore che hai descritto è qualcosa in cui moltissime persone possono riconoscersi: quella tensione tra ciò verso cui ci sentiamo attratti e ciò che crediamo di “dover” fare. E credo che sia qualcosa che spesso ci plasma più di quanto immaginiamo. Vorrei soffermarmi per un momento sul tuo processo, perché nel tuo lavoro c’è qualcosa di molto chiaro e intenzionale, anche quando sembra spontaneo. Quando ti arriva un’idea, che sia un’immagine, una sensazione o un piccolo dettaglio che noti… come comincia a prendere forma? Potresti accompagnarmi in questo percorso, dalla prima scintilla all’opera finita?

Dettaglio 03
Processo
Processo
Aabidah

Di recente ho scoperto un ambito verso cui mi sento profondamente attratta: le esperienze e l’immaginario sudasiatici, o Desi. Mi sembra un territorio incredibilmente poco esplorato nella maggior parte dei media, ed è una cosa entusiasmante, perché significa che c’è tantissimo spazio per creare. Noto di continuo piccole cose specifiche che sento proprie dell’esperienza Desi (oggetti, cibo, momenti), e ogni volta che una di queste fa scattare qualcosa, comincio a immaginare composizioni nella mia testa. Riesco quasi sempre a vedere l’opera prima che esista, ma la sfida è capire come tradurre quell’immagine mentale sulla carta. Una volta raggiunta quella chiarezza interiore, passo direttamente alla tela. Prima non faccio uno schizzo pulito o preciso, solo un’indicazione approssimativa di dove potrebbero andare le cose. Da quel momento lascio che sia il dipinto a guidare. Risolvo le cose mentre dipingo, rispondendo ai colori, alle forme e alla sensazione che voglio che l’opera custodisca. Il processo è molto intuitivo e fluido: non si tratta tanto di eseguire un piano rigido, quanto di permettere all’opera di diventare ciò che deve essere mentre ci lavoro.

Alice D'Alberto

E infine, ci sono rituali personali, abitudini o ambienti particolari che ti aiutano a entrare nel tuo flusso creativo? Qualcosa che ti prepari mentalmente o emotivamente prima di cominciare a lavorare?

Aabidah

La mia condizione ideale per lavorare è quando sono completamente sola. Nessuno che guarda, nessuno che filma: solo io, un bel video su YouTube o un podcast nelle cuffie, di solito a notte fonda, con una sola lampada gialla accesa. Quel tipo di silenzio rende più facile sparire dentro il lavoro.

Alice D'Alberto

Ascoltandoti, riesco quasi a immaginare quello spazio silenzioso e intimo, e mi fa pensare a come quel modo di lavorare possa tradursi nella sensazione che trasmettono le tue opere. Si ha la forte impressione che ogni opera non sia soltanto un’immagine, ma il frammento di qualcosa di più grande, quasi stessimo assistendo a un dettaglio di una storia più ampia e invisibile. Sono curiosa di sapere se questo risuona con te, e come ragioni su ciò che viene mostrato e ciò che viene lasciato fuori di proposito.

Yaqueen | dettaglio
Yaqueen | dettaglio
Aabidah

Me ne sono accorta davvero solo continuando a dipingere. Col tempo ho capito che tutte le mie opere potevano essere collegate in un corpus più ampio, quasi come un’unica mostra. Condividono un filo comune, una trama silenziosa radicata in nicchie della cultura Desi. Per me la storia è proprio questa: frammenti di cultura Desi visti attraverso lo sguardo di una third culture kid che cerca di ricongiungersi con le proprie radici. Ogni opera custodisce un momento, un oggetto o una sensazione, ma insieme formano qualcosa di più continuo, una conversazione ininterrotta tra il luogo da cui vengo e quello in cui esisto adesso.

Alice D'Alberto

Il tuo linguaggio visivo sembra profondamente radicato in una cultura, eppure al tempo stesso molto personale. Mi piacerebbe capire in che modo le tue origini, e in particolare alcuni elementi della cultura islamica, entrano spontaneamente nel tuo lavoro anziché esservi “applicati”.

Dettaglio 05
Un vicolo nella Città Vecchia di Baku
Un vicolo nella Città Vecchia di Baku
Aabidah

Questa domanda mi piace molto, perché gran parte dell’arte islamica di oggi tende a ruotare intorno alla calligrafia coranica. Quel lavoro è innegabilmente bellissimo, ma per me l’Islam contiene molto più del solo testo. Sono sempre stata attratta dal modo in cui l’Islam plasma silenziosamente la vita quotidiana, nei piccoli momenti ordinari che portano con sé un senso di pace e di intenzione. Quei momenti sono profondamente legati al modo in cui intendo l’Islam e la sua enfasi sull’equilibrio e sulla serenità. Anche il mio essere una third culture kid ha un ruolo importante. Sono indiana, ma sono andata via molto presto, dall’Arabia Saudita a Dubai. Dubai è il luogo in cui sento di essere cresciuta: è lì che sono i miei ricordi, lì che sono nate le mie amicizie. Eppure sono rimasta legata alla mia cultura, solo non nello stesso modo dei miei cugini o della mia famiglia rimasta in patria. Quella distanza ha creato un rapporto diverso con le mie radici.

Per questo il mio lavoro mescola i mondi in modo naturale. Consumo molti media occidentali e globali, e mi ritrovo a mettere quel linguaggio visivo in dialogo con temi Desi e islamici. È in quell’intersezione, tra culture, luoghi e modi di vedere, che si è formato il mio stile. Non si tratta tanto della tradizione come qualcosa di fisso, quanto della tradizione come qualcosa di vissuto, ricordato e reinterpretato.

Dettaglio 06
Yaqueen | ritratto
Yaqueen | ritratto
Alice D'Alberto

Quello che hai detto su questa intersezione tra culture, luoghi e modi di vedere mi è rimasto dentro, soprattutto l’idea della tradizione come qualcosa di vissuto e reinterpretato, piuttosto che di fisso. Sento che quel senso di connessione tra mondi diversi emerge con forza anche nel tuo lavoro. Restando su questo, non ho potuto fare a meno di notare la presenza della calligrafia nelle tue opere, che appare al tempo stesso visivamente potente e stratificata sul piano simbolico. Che cosa ti ha spinta a integrare la calligrafia islamica nel tuo lavoro, e che ruolo ha per te: visivo, concettuale o persino spirituale?

Aabidah

La cosa che trovo più interessante è il modo in cui le persone reagiscono. Chi è musulmano, arabo o parla urdu sente spesso un legame emotivo immediato, mentre chi non conosce la lingua ne è comunque attratto: resta incantato dalle forme, incuriosito dalla scrittura, e vuole sapere cosa significa. Amo questa dualità: il modo in cui lo stesso elemento può risultare profondamente personale per alcuni e meravigliosamente estraneo per altri. E poi la calligrafia ha sempre avuto un legame forte con l’Islam, quindi è bellissimo poterle rendere omaggio.

Alice D'Alberto

Nel tuo lavoro c’è anche una forte dimensione sensoriale, non solo visiva, ma quasi tattile, capace persino di evocare dei profumi. I tessuti, le trame e gli oggetti che raffiguri sembrano portare con sé la memoria. È qualcosa che esplori consapevolmente, o che emerge in modo spontaneo nel tuo processo?

Alaa Maa'idah Ramadan | in lavorazione
Alaa Maa'idah Ramadan | in lavorazione
Aabidah

Cerco attivamente di fare in modo che i miei dipinti evochino ricordi: di momenti, di esperienze, di persone. Voglio che sappiano di nostalgia, di un silenzioso senso di appartenenza. Ci sono tessuti, trame e oggetti capaci di riportarti all’istante a un momento molto preciso della tua vita, e per molte persone di origine Desi quei riferimenti sono sorprendentemente condivisi.

Cose come le spesse trapunte a fiori, i tappeti persiani, la frutta tagliata a fette e disposta su un piatto, o quella calda luce gialla che ti fa subito sentire la mancanza di casa. Sono dettagli che portano con sé un’emozione senza bisogno di spiegazioni. Quando li dipingo non sto solo raffigurando oggetti: cerco di ricreare una sensazione, un ricordo che le persone non sapevano di custodire finché non lo rivedono.

Alice D'Alberto

Non ho potuto fare a meno di notare elementi ricorrenti come la frutta, i datteri, le melagrane, che sembrano ricchi di significati culturali e simbolici. Questi elementi hanno per te un significato più profondo, al di là della loro presenza fisica?

Aabidah

Sì! Tutti questi frutti significano molto nelle culture arabe e asiatiche. Ricordano alle persone le nonne che tagliano e sbucciano la frutta, o le sere di Ramadan con tutti intorno al tavolo a prendere un dattero per l’iftar. Amo il modo in cui il cibo unisce le persone, e volevo davvero catturare quella sensazione nel mio lavoro.

Alice D'Alberto

Un’opera in particolare che ha davvero catturato la mia attenzione è “Rooh Afza”. Qui ci troviamo davanti a qualcosa di molto ancorato alla vita quotidiana, una bottiglia, un prodotto, eppure sembra carico di significato culturale.

Dettaglio 08
Rooh Afza | ritratto
Rooh Afza | ritratto
Aabidah

Per chi viene da un contesto culturale diverso, potrebbe sembrare soltanto una natura morta. Per me, invece, porta con sé ricordi, tradizioni e un’esperienza condivisa. Il Rooh Afza è uno sciroppo: lo mescoli con acqua o latte e diventa una bevanda alla rosa. Quello che amo è come sia diventato sinonimo di Ramadan: a ogni iftar, quasi tutte le famiglie Desi hanno pronto del Rooh Afza freddo, spesso con dentro dei semi di basilico. La gente chiama quei semi ‘girini neonati’, cosa che mi fa sempre ridere. Una sola bottiglia basta alla mia famiglia per almeno tre Ramadan! L’ho dipinto perché è qualcosa di così ordinario che la maggior parte delle persone non penserebbe valga la pena di dipingerlo, ma io amo mettere in luce queste cose quotidiane che uniscono così tante persone.

Alice D'Alberto

È bellissimo che, alla fine, tutto si riduca alla connessione. A questo proposito, ho spesso la sensazione che il lavoro di un artista non sia mai del tutto isolato, ma sempre in dialogo con il mondo che lo circonda, in modo consapevole o meno. Sono curiosa di sapere come percepisci il tuo lavoro in relazione alla società in cui vivi oggi. Ti senti in sintonia con essa, in contrasto, o da qualche parte nel mezzo?

Dettaglio 09
Studio
Studio
Aabidah

Da persona che consuma molti media, sono molto consapevole di come vengono rappresentati i musulmani e i sudasiatici, ed è sempre stato deludente. Il mio obiettivo è rendere la cultura sudasiatica popolare e idealizzata quanto lo è quella occidentale, perché è altrettanto ricca e bella. Come ragazza giovane, donna, musulmana, con l’hijab, indiana, cresciuta in Medio Oriente e che lo considera anche casa, so di essere solo una tra milioni di persone con identità stratificate e complesse, e anche loro meritano di essere viste. Non mi piace etichettare la mia arte come ‘indiana’ o ‘musulmana’, perché non è solo questo. È mia. Come essere umano ho molte etichette, e la mia arte è semplicemente questo: la MIA arte.

Alice D'Alberto

Penso che tu lo stia facendo, senza dubbio. E visto che ci avviciniamo alla fine della nostra conversazione, vorrei cambiare leggermente direzione e chiederti qualcosa di diverso. C’è anche un lato più pratico di cui spesso non si parla, soprattutto per i giovani artisti. Trasformare l’arte in qualcosa che non sia solo una passione, ma anche un percorso sostenibile, può essere entusiasmante e complesso al tempo stesso. Come stai vivendo questa transizione?

Dettaglio 010
What a Pomegranate Asks | stampe
What a Pomegranate Asks | stampe
Aabidah

Sono ancora agli inizi e sto cercando di capire come rendere tutto questo sostenibile nel lungo periodo, perché voglio davvero farlo per il resto della mia vita. Si dice spesso che non bisognerebbe trasformare la propria passione in un lavoro, perché poi si finisce per odiarla, ma io non sono molto d’accordo. Odierei passare la vita a fare un lavoro che detesto solo per avere del tempo libero da dedicare a qualcosa che amo. La vita è breve, e preferisco investire tutto il mio tempo in ciò che voglio condividere con il mondo. Nel mondo dell’arte e del design c’è ancora tantissimo che non ho esplorato, e tante opportunità che mi aspettano, quindi spero davvero che vada tutto per il meglio.

What a Pomegranate Asks | ritratto
What a Pomegranate Asks | ritratto
Alice D'Alberto

Siamo arrivate alla fine della nostra conversazione, ma vorrei farti un’ultima domanda, un po’ più personale. Se un giorno qualcuno guardasse al tuo lavoro nel suo insieme, al di là delle singole opere, che cosa speri che capisca davvero di te, non solo come artista, ma come persona?

Aabidah

Voglio che le persone sentano il mio amore nel raffigurare gli aspetti ordinari della cultura, o a volte le cose che mancano. Il mio lavoro riflette l’intreccio di culture di cui faccio parte: da dove vengo, dove sono cresciuta, dove vivo adesso, da dove vengono i miei amici. La mia identità ha tantissimi strati, e cerco di essere il più autentica possibile: non voglio ricadere in un’unica etichetta. È questo che spero i miei dipinti trasmettano agli altri.

Al di là di me, voglio che le persone vedano parti della propria storia e della propria cultura che raramente hanno occasione di vedere. Voglio mostrare che le donne musulmane sono molto di più di come i media ci rappresentano: stratificate, intelligenti, complesse. E voglio celebrare la cultura Desi, mostrare che la nostra arte è qualcosa di cui andare fieri, e magari ispirare sempre più persone a creare la propria arte.

Scopri di più su Aabidah

Con una community in crescita di oltre 50.000 persone sui social media, Abibi ha costruito una presenza che supera i confini, entrando in profonda sintonia con i giovani che vedono le proprie storie riflesse nel suo lavoro. Al di là della sua arte, spera di ispirare le giovani donne, in particolare le creative musulmane e sudasiatiche, a perseguire con fiducia ciò a cui aspirano, abbracciando sia la propria identità culturale sia il proprio stile personale. Grazie alla sua capacità di farsi sentire vicina e a un senso della moda inconfondibile, offre un’immagine moderna ed espressiva di che cosa significhi oggi essere una giovane artista. Tra i suoi traguardi figurano una mostra alla Noor Royal Gallery, vendite di opere a livello internazionale, la partecipazione ad aste di beneficenza a sostegno di cause importanti e un imminente debutto a World Art Dubai. Il suo lavoro è stato inoltre riconosciuto da Gulf News per il ruolo che svolge nell’unire le culture attraverso l’arte, il che la rende una voce convincente per una nuova generazione di artisti.

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